Margarita la strega di Scicli

digiovanni1Il Tribunale dell’Inquisizione spagnola, sin dai primi anni del suo insediamento in Sicilia (secc. XV- XVI), rivolge la sua attenzione su tutta una serie di soglie di differenza prevalentemente di tipo culturale e religioso, caratterizzando, in maniera unitaria, tutti i territori sotto il dominio della corona iberica e innervando, con il suo cospicuo ed articolato organico, gran parte degli strati sociali dell’isola. E’ attraverso i vetusti carteggi inquisitoriali che lo storico entra in contatto con quelle tristi vicende che hanno contraddistinto l’operatività di quel “santo” Tribunale.

Studiare l’Inquisizione non è un atto neutro. Ci si pone dal punto di vista delle vittime, ma anche da quello dei giudici per cercare di comprendere perché hanno operato in quel modo, che cosa ha reso per loro praticabile la via della violenza o comunque di un severo giudizio nei confronti di quei “diversi” considerati come forieri di una “devianza” che avrebbe sovvertito gli “standard” del pensiero ufficiale.

Sul finire del ’500 il Sant’Uffizio siciliano, su direttive dell’Organo centrale madrileno (“Consejo de la Suprema y General Inquisicion”), cerca di avocare a sé – riuscendo nell’intento – la competenza giuridica a poter giudicare anche altri reati, quali, ad esempio quelli relativi a pratiche terapeutiche “magico- religiose” o “medico-esorcistiche”, contraddistinti come “magària” o “hechizeria” (stregoneria). Esempi di ritualità al confine tra il mondo sensibile e quello “occulto” si rilevano dallo studio delle “Relaciones de causas” cioè di quelle relazioni, redatte in forma sintetica, riguardanti i processi inquisitoriali che gli inquisitori distrettuali trasmettono periodicamente alla citata struttura centrale.