Pagine disperate il cui grido di accoglienza

usuraCosì, spiega l’Autrice, “Marco è diventato Youssef, il suo paese non è ai piedi dell’Appennino ma dell’Atlante marocchino, l’Eldorado non si chiama Argentina ma Italia”. Youssef, dopo un fallito tentativo di raggiungere l’Italia dalla Spagna, si imbarca in Libia su una sorta di traghetto della vita e della morte, che è insieme arca di Noè e vascello di Caronte. La partenza si rivela subito una tragedia per alcuni che restano travolti dalla massa incontrollabile dei clandestini in cerca di un posto. Giunto in Sicilia, quasi come un naufrago privo di identità, Youssef perde il suo nome diventando Giuseppe, “nome che risolutamente rifiuta, rivendicando per sé quello di Marco, come il protagonista di una fiction italiana per ragazzi che aveva visto alla televisione”.

Nel suo lungo peregrinare per la Penisola, nel desiderio irrefrenabile di ricongiungere il proprio cuore a quello della propria madre Youssef incontra tanti suoi “paesani”. Pagine disperate il cui grido di accoglienza, di giustizia sociale, bussa al cuore del lettore che è condotto in full immersion nella narrazione per la quale l’Autrice sente l’esigenza dirompente di raccontare non “una” storia, ma “la” storia proposta, scrive Maria Attanasio, “per conforto di speranza; di giustizia realizzata. Che non c’è, ma ci può essere. Perché nel racconto anche la vita che non è, prende la parola e si fa vita”.

E di ciò si è fatta interprete l’Autrice con il suo “cunto” inframmezzato di immagini, sorta di flash gravidi di laceranti pensieri disegnati, che scandiscono il testo e che fanno breccia nell’animo del lettore attraverso la tecnica a carboncino del disegnatore Francesco Chiacchio.