Quannu era Natali” a Ragusa, era bellissimo.

Ricordi infantili dal sapore genuino

“Quannu scurava prestu” (faceva buio prima) e davanti ad ogni porta si attizzava il fuoco nei “succetta” o nei “cufuna” (scaldamani in lamierino), appena illuminati dalla fioca luce diffusa dai pochissimi lampioni a petrolio, l’inverno era già vicino. Le strade, vie e “viuzze” erano frequentate da gente appiedata. Di tanto in tanto si notava la carrozza di don Peppino “u Davicu” che disimpegnava il servizio di trasporto pubblico da e per la stazione ferroviaria. I “massari” usavano il carretto per recarsi al duro lavoro dei campi, mentre il ceto abbiente usava “u sauta-fuossu” (il calesse, ovvero una carrozza leggera e ben molleggiata coperta da una signorile capote).

Era questa la città di Ragusa, nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso, i cui confini erano delimitati dalla via Mariannina Schininà (che si raggiungeva salendo dalla “Strata Mastra”, ovvero Via Vittorio Emanuele, oggi Corso Italia), dalla vallata di Santa Domenica e da quella di San Leonardo. In fondo a quest’ultima, cioè “al fiume”, le prime ore mattutine erano riempite dal vocio proveniente dalle lavandaie che, professioniste del bucato (oggi diremmo!), rimediavano ai disagi di lavare la biancheria in casa stante l’assenza di impianto idrico nelle abitazioni dell’epoca. Armate di “truscie” (grossi fardelli in cui era “confezionata” la roba da lavare), sistemate sulla loro testa, scendevano a piedi sino al fiume.