Strappata dalla sua Scicli e deportata a Palermo

ranocchioProprio da questi carteggi, custoditi presso l’Archivo Historico Nacional di Madrid, emergono tristi vicende come quella che inizia a Scicli quel 18 agosto dell’anno domini 1615 con l’arresto di una donna non più giovane. Tra i capi d’imputazione vi è quello di guarire “algunos enfermos”, attraverso la somministrazione di pozioni a base di erbe. La sventurata è, dunque, colpevole di “hechizeria”. Inizia così, stretto nella tenace morsa del processo inquisitorio, il calvario giudiziario di quella donna “natural de Xicli”. Ad accusarla sono alcuni “testigos” che – nel segreto dell’istruttoria – “testifican” di aver visto “Margarita” guarire molte persone, alcune delle quali affetti da “puestoles en la mano”, pronunziando sacre “orationi”. Interrogata più volte nel corso della sua carcerazione, durata quasi due anni, a nulla valgono i suoi tentativi di respingere con forza quanto testimoniato dai segreti accusatori.

Strappata dalla sua Scicli e deportata a Palermo, vede sempre più lontana la speranza di poter tornare ad abbracciare il luogo natio. Gli inquisitori chiudono la fase processuale condannando “Margarita” a “servire murada” (una sorta di arresti domiciliari) “por cinco anos” presso un nosocomio panormitano. La prassi inquisitoriale è rispettata. Per “Margarita” la condanna è triplice. Per il Tribunale dell’Inquisizione siciliana di rito spagnolo lei è una strega. Per la giustizia ordinaria quella donna, a seguito della sua “attività” di “curatrice”, è colpevole di esercizio abusivo della professione medica. Per il Tribunale ecclesiastico si tratta di un’incallita eretica, giacché peccano tutti quelli che credono “…alli sogni et alli incanti, alli indovini, a stregarie…”.

A Margarita, resasi colpevole di aver alleviato le sofferenze del popolino, non resta altro che chiedere alle sue compagne di sventura: “…chi dite che io sia? Strega, eretica o erborista?”.